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venerdì 23 febbraio 2018 01:29:35
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STEFANO BETTERA, UN BUDDHA IN CITTÀ

31 gennaio 2018 libri

Che ci fa, che ci farebbe, oggi, il Buddha, seduto ad un tavolino di un bar nel bel mezzo di una Milano che lavora? Cosa direbbe a chi passa con una 24 ore nella mano sinistra e uno smartphone nella destra? Lo si può immaginare perfettamente dopo aver letto “Felice come un Buddha”.

Stefano Bettera racconta la sua esperienze decennale di pratica buddista in un volume pubblicato da Morellini Editore con una sgargiante copertina “color tunica di monaco buddhista” e farcito di ironia. Colori e toni che si ritrovano anche chiacchierando con l’autore.

Di libri su Buddha e sul buddismo non mancano sugli scaffali delle librerie. Perché hai deciso di scriverne uno? Cosa ha il tuo di originale?

Felice Come Un Buddha parte dall’esigenza di presentare questo percorso, questa pratica in una prospettiva e con un linguaggio attuali. Ho sempre voluto trovare uno strumento che arrivasse al cuore delle persone di oggi, al di là di tutti gli aspetti culturali e fideistici che il Buddhismo ha ereditato dalle varie culture che ha incontrato. Ad ogni incontro si è modificato e ha assunto forme e linguaggi differenti. Così mi sono chiesto: come potrebbe parlare Gotama, il Buddha, a persone come me? In Occidente siamo ancora agli inizi, la sfida è aperta e entusiasmante. E ho cercato di offrire uno spunto al confronto.

A chi è rivolto? Non è esattamente e solo una guida: come lo definiresti?

Non è una guida: parte dalla mia decennale esperienza di pratica e non ha la pretesa di insegnare nulla. Piuttosto è uno strumento per stimolare il lettore a riflettere, a guardare questa tradizione culturale, spirituale e filosofica con i propri occhi, senza accontentarsi di ciò che sa già o di ciò in cui crede. Anche perché il sentiero indicato da Gotama è qualcosa che si fa, non qualcosa in cui si crede, e ha come fine quello di renderci liberi e autentici, non di legarci a qualche credo.

Finora che feedback hai ricevuto? Che pregiudizi hai incontrato nei confronti del buddismo?

Ricevo quotidianamente messaggi di lettori che mi incoraggiano e mi fanno sentire onorato ed emozionato. Evidentemente il terreno per questo tipo di ricerca personale è fertile e anche condiviso, più di quanto mi aspettassi! C’è molto desiderio di sperimentare e di autenticità, di conoscere e confrontarsi, più che di aderire in modo passivo a un credo alternativo ad esempio a quello cristiano. Naturalmente questa libertà non piace a tutti. Ma a chi si sente minacciato e vuol difendere qualche genere di ortodossia, ricordo che la caratteristica di questo percorso sono l’impermanenza e il costante cambiamento. Se queste caratteristiche si applicano a ogni aspetto della realtà, perché e come il Buddhismo stesso debba o possa esserne esente?

La domanda o richiesta più curiosa ricevuta?

Spesso mi chiedono perché faccio leva così tanto sull’ironia al punto di aver inserito nel libro aneddoti e storielle e persino una battuta di Woody Allen. Ci si stupisce perché comunemente si pensa che al Buddhismo interessi solo la sofferenza. Ma Gotama non ha mai pronunciato la frase “la vita è sofferenza”. Al contrario, ci esorta a praticare con gioia ed entusiasmo. Specialmente nella tradizione zen si fa molto ricorso all’ironia come forza potente per spezzare le catene infinite dei pensieri. Ecco perché consiglio a tutti di sorridere e godersi il cammino.

Sono 8 passi: qual è il più difficile secondo te da compiere, oggi?

Più che un passo in particolare credo che l’ostacolo più grande che incontriamo tutti sia quello di imparare ad andare oltre i nostri schemi abituali, i pregiudizi, ciò che pensiamo di sapere e l’abitudine a metterci sempre al centro della narrazione mentale con cui arricchiamo ogni episodio della vita. E’ un atteggiamento che ci irrigidisce, non ci fa fluire, ci fa chiudere in noi stessi. Il primo passo è quello di tornare al presente e vivere pienamente ciò che c’è: in questa immediatezza sta la nostra grande libertà. Questo è anti intuitivo, serve quindi un metodo, che sono appunto gli otto passi di cui parla Felice Come Un Buddha.

Come consiglieresti di leggere il tuo libro?

Tutti possono leggere questo libro come il racconto di un’esperienza che è la mia, quindi puoi portartelo in treno o leggerlo a casa la sera. Certamente è meglio trovare un momento in cui si può essere più tranquilli e raccolti, non solo per goderselo, ma per avere l’opportunità di stare con le eventuali domande che sorgono.

Titolo e sottotitolo, e copertina: come li hai scelti e perché?

Entrambi sono nati quasi per caso durante un pranzo con Guido Gabrielli, uno dei miei editori. Alla fine mi chiese se ero felice e io risposi, un po’ ironicamente “certo, sono felice Come Un Buddha”. E quella battuta divenne il titolo. La copertina è tutto merito suo. Mi sono limitato a consigliare la scelta dei colori che sono i colori tradizionali delle tuniche dei monaci buddhisti.

Un personaggio storico, un/una cantante e un pittore a cui consiglieresti la lettura di “Felice come un Buddha” e perché?

Mi piacerebbe molto avere la bacchetta magica e mettere intorno al fuoco Gotama stesso con Epicuro, Socrate, Shakespeare, Woody Allen e i Rolling Stones. Certamente ne verrebbe fuori un bel guazzabuglio ma le risate non mancherebbero di certo.

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