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venerdì 18 agosto 2017 10:45:04
omnimilano

CON GLI OCCHI DI WOODY

14 dicembre 2015 focus, libri

“Guardare il mondo con occhi diversi dai miei”. Federico Baccomo Duchesne lo ha giá fatto in precedenti romanzi, arrivati anche al cinema, ma in Woody, pubblicato con Giunti editore non solo ha cambiato pelle ma si è messo il pelo, ed è diventato un  un cane di razza basenji. Nelle sue pagine è Woody stesso che parla e  racconta, ma non solo: la struttura stessa del volume è pensata da cani e strutturata da cani. E stavolta, è un complimento, perchè l’intento dell’autore era esattamente questo. E ci ha pure sudato sopra, certi giorni, Federico Baccomo Duchesne, perchè pensare da cane non è così scontato, men che meno per chi, in altre precedenti opere, si è abituato a impersonare menti perverse e complicate come solo la razza umana può ridursi a diventare. E invece, in questo snello libro ben illustrato da Alessandro Sanna, ecco Woody: per lui i bisogni sono bisogni, un bacio è un bacio, fame è cibo, e violenza è cosa cattiva: non ci sono scuse che giustificano.
“Finora avevo cercato personaggi diversi da me e tendenzialmente negativi, e che guardassero mondi che io non vedevo: il mondo dello spettacolo o quello dell’alta borghesia. Stavolta ho scelto invece di guardare con occhi diversi cose che vedo tutti i giorni. Occhi veramente molto diversi. Come quelli di un cane” spiega l’autore. E poi porta i suoi lettori a carponi sul pavimento, forzandoli ad assumere “una prospettiva bassa e laterale. Ed è divertente vedere come un cane reagisce alle cose di tutti i giorni. Ad un bacio o a una violenza”.
Non è un’idea nuova, farsi cane, ma Baccomo Duchesne lo sa fare in modo diverso, costringendo a una metamorfosi reale che in poche pagine riesce a penetrare chi le legge influenzandone la forma mentis. La lettura, se il titolo è Woody, diventa una esperienza fisica e mentalmente destrutturante. Se ne esce, se si accetta il gioco di questo autore, con un disordine animalesco e un risvegliato istinto alla ribellione verso convenzioni e stereotipi prima ingoiati con gusto e leccandosi i baffi come farebbe Woody con un biscottino dei suoi. Si guardano persone, amici e conoscenti, come se “un Woody” invisibile rimasto al nostro fianco, a fine libro, e le stesse fiutando.
Un gioco pericoloso e attraente, un gioco che non poteva che nascere per gioco, da una immagine iniziale di un cane dietro alle sbarre: “ho scritto una paginetta, immaginando cosa gli era successo e cosa pensava. Poi l’ho trovato divertente e ho continuato”. Concepire, da umano, il semplice pensiero di un cane, semplice non lo è stato affatto, anzi, è stata una sfida, come quella di sviluppare una lingua apposta e restare poi fedele al registro. Ancora di più se chi lo fa non ha un cane “ma ho frequentato i cani degli altri – si giustifica – Loro sempre ti vedono inizialmente come un intruso quindi devi instaurarci un rapporto, imparare a conviverci. E così capisci anche i vari caratteri al di là della razza, e anche il carattere del padrone”. Se prima aveva qualche perplessità, oggi Duchesne un cane non lo vuole: “Dopo il libro mi sono reso ancora piu conto di quanto possa essere difficile averne uno. Mi sono reso conto di quanto un cane ti dà e mi chiedo quanto posso dargli io, in confronto”.
Anche l’idea di un film, stavolta, tratto dal suo libro, lo rende perplesso. ” Rispetto agli altri questo è strano, qui la lingua è molto importante. Per me è stato bello con Woody dare una sorta di preminenza alla parola cercando una voce che fosse originale. So che c’è un regista interessato, forse perché il cinema italiano è in cerca di storie e in Woody c’è una storia e una voce abbastanza forte. Forse potrebbe sedurre anche per immagine… É una sfida difficile. Comunque non sarà mio compito. Io il mio l’ho fatto”. Ed è più di un libro, è una esperienza letteraria, mentale e sensoriale che lascia senza parole e affina l’olfatto.

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